Sharing, politica e Wikileaks

Qualcuno diceva che spesso per definire qualcosa, più che prendere in esame la norma e la media, sia necessario puntare agli estremi, dalle eccezioni discende la comprensione anche dei restanti comportamenti.

Seguendo questa istruzione, provo qui ad aggiornare rapidamente la mia precedente “esplorazione” della condivisione e dello sharing proponendo un possibile estremo, quello di wikileaks. Ora non starò a parlare dell’organizzazione e di Julian Assange, e perché sono entrambi conosciuti, e perché il video che condividerò, appunto, a breve, ne traccia una rapida ma efficace visione, dalla bocca del suo principale portavoce.

Qui mi interessa semplicemente riflettere su un terzo “materiale” di condivisione: le informazioni. Della degradabilità e l’esaurimento dei Altro

Dizionario: Condivisione e Sharing

Dizionario: condividere

Condividere… a me ha sempre fatto pensare al banale con – dividere. Ma per l’appunto è… banale. Così, sa di qualcosa che, spezzandosi, frazionandosi, si perde. O almeno, ognuno ha un pezzo diverso dell’originale, qualsiasi cosa sia l’originale, la matrice. Tu prendi un pezzo di pane, lo spezzi, e lo dai ad altri. Così ognuno ne ha un pezzo più piccolo, ma ce l’hanno tutti.  È già qualcosa, ma la parola dice qualcosa di più. Forse ci passa la stessa differenza che esiste tra il condividere cose materiali e cose astratte. Idee e materie. Per le prime il principio di conservazione par non sussistere, spezzarsi.

Detto in altri termini, quel pane lì, è quello di Gesù Cristo: si è moltiplicato. Si condivide senza perdere pezzi durante il passaggio. Una sorta di transustanziazione (che parolona, eh) ideale.

Etimologicamente però questo fenomeno sembra già calcolato: perché quel dividere viene da vid-ére che porta il senso originario di vedere, sapere, apprendere, giudicare, ciò perché la divisione ha anche un senso di analisi concettuale, di possibilità di cognizione.

Altro tipo di divisione è invece quella del vedovo: come mancante, diviso in due. Come lacerato dalla mancanza della propria metà.

Sharing, invece, nel suo campo più legato alla rete, mi sembra dia direttamente quel senso di partecipazione ideale. Quasi avesse già subito quella… transustanziazione di cui prima.  Ah, gli inglesi!

Potrei andare avanti ancora un po’ seguendo questa sorta di flusso di coscienza, di percorso, ma mi appresto a terminare, un po’ per evitare di perdermi, un po’ per non ripetermi, un po’ perché avete già capito dove voglio andare a parare: siate diversi e con-dividetevi. O se volete, andate e moltiplicatevi, per stare in tema (e ognuno prenda un po’ il consiglio come preferisce).

E,  tanto per essere coerente, e tornare sul tema della memoria, condivido anche io, e tramite il già menzionato TED, che a mio dire ben incarna (si transustquellarobalì) il concetto:

Joshua Foer: Feats of memory anyone can do

Riniziare: una sistemata #categorie #temi #personalizzazione

È un periodo. E fino a qui nessuno avrà poi molto da dire suppongo, no?

Va be’, cazzate a parte,  è un periodo in cui mi capita, o mi capita più spesso del solito di riflettere su quanto, nella sua banalità sia incasinata la mia vita e, come corrispettivo, questo blog. Non che abbia quattro divorzi in ballo, tre lavori in nero e qualche cartaccia in Tanzania da nascondere. Nah. Molto più semplicemente ho troppi pensieri sparsi, troppi desideri poco chiari, troppe idee confuse.

Ma pensare alla propria vita è, ahimè, qualcosa di un po’ troppo complicato. Per ora limitiamoci al blog.

In un po’ d’insonnia mi sono messo a cazzeggiare e, guardando le vecchie categorie con un’aria vagamente analitica ho arricciato il naso, alzato le sopracciglia e sospirato un pacatissimo “Porca puttana, non si capisce una sega”.

Ma questo direi che è il meno. Quel che mi ha un po’ depresso, o perlomeno fatto sospirare (appena dopo il commento pacato, sì) è che le categorie su menzionate erano qualcosa come: attualità; notizie e politica – ora, francamente, mi sfugge la differenza sostanziale tra le due, ma avrete provato anche voi a mettere un po’ a caso per fretta o scarsa fantasia le categorie dei post no? no?! no. Ecco il problema – storie; racconti (idem come sopra), accademismo (aveva un senso, giuro che aveva un senso!), politica etc.

Ora, non è tanto la ridondanza o il numero eccessivo di categorie messe un po’ a caso che mi ha fatto sospirare.  Non la disorganizzazione, non il caos (“Io prospero nel caos”, infatti. Cazzate) ma il fatto che beh, non ho trovato nulla di me in quelle categorie.

No, non voglio dire che i blog non debbano usare categorie classiche e tutto sommato utili quali “politica, attualità, sport o salcazzo” (magari evitate solo di mettere attualità e notizie come cose separate), no. Sono appunto comode: uno che si interessa di politica e, comprensibilmente, si sia un po’ rotto il mangotto della solita solfa di tv e giornali, magari cerca anche un’opinione altra pure tra i blog, e sarà ben grato a quelle categorie tanto ben organizzate. Solo, non è il mio stile. O meglio, sono proprio quello che s’è rotto il mangotto e che cerca altro e blabla, ma non sono, proprio per il mangotto, quello che è interessato ad aiutarvi in questo compito, se appartenete alla categoria di quelli che “cercano_news_altre_perché_hanno_il_mangotto_in_pezzi”. Oddio, così sembra un po’ da stronzi, e non è neanche del tutto vero.

Infatti… non è che non voglia aiutarvi, e tutto sommato anche io ogni tanto  guardo il mondo dal mio piccolo e sporco oblò per dir la mia sulle “categorie classiche”. Però ecco, se appartenete a quella categoria là, io mi accorgo di non essere poi un granché.

E sono quasi, lentamente, arrivato al dunque. Dite di no eh?

Ok, ci arrivo ora: il dunque è che da un po’ mi sembra di seguire un percorso dettato da altri. Non solo nel blog, ma anche. E probabilmente non è neanche tanto relativo a ciò che ho postato ultimamente nel blog ma forse più a ciò che non ho postato, ma ho pensato. Che, per scrivere una cosa, la devi prima pensare, no? (Mah!) Solo che, se per pensare hai già impostato dei binari classici su cui far viaggiare i pensieri, ecco, finisce che arriveranno in un luogo… classico. Non che sia un male ma, ancora, non è il mio stile.

Ecco, quel che ho visto mancare a quelle categorie era esattamente questo: uno stile. Una personalizzazione. In fondo un blog dovrebbe averla, no? (e magari non solo, eh) O magari no. Ma facciamo che questo sì. O almeno ci si provi.

Peraltro, facendo questa riflessione sulla famose categorie di cui sopra, mi sono messo anche a sbirciare i post più vecchi e devo ammettere che, tutto sommato, li ho trovati meno scialbi. Avevano un briciolo di stile quelli. Non che fossero stilosi, no. Ma c’ero un po’ più dentro lì, almeno credo. Forse prenderò qualche spunto dal passato: in fondo serve anche a questo, no? Il passato, dico…

Ad ogni modo, per andare alla parte pratica del post: ho cambiato le categorie. Ora, a dire il vero, il senso di questo cambiamento non è tanto d’archivio – m’interessa meno sistemare i post passati – quanto progettare nuove direzioni. Più che ambiti sono quindi… prospettive.

Proprio per questo, forse la spiegazione e l’elenco delle nuove categorie che farò seguire ora, sembrerà poco fruttuoso e, andando ad aprirle in alcune si troverà davvero poco. Spero che con il tempo i frutti arrivino. Ma se non altro chiarisco un poco la “nuova” struttura del blog e mi chiarisco un po’ le idee anche io.

Ecco qua:

Apprendimentoil miglior modo che trovo di spiegare questa categoria è una citazione: “Oh, io sono un mezzo fallito. Il poco che so lo devo al mio professore, Albert Sorel. “Cosa vuol diventare?”, mi domandò. “Diplomatico.” “Ha una grossa fortuna?” “No.” “Può con qualche apparenza di legittimità aggiungere al suo cognome un nome celebre?” “No.” “E allora rinunci alla diplomazia.” “Ma allora cosa posso fare?” “Il curioso.” “Non è un mestiere.” “Non è ancora un mestiere. Viaggi, scriva, traduca, impari a vivere dovunque, e cominci subito. L’avvenire è dei curiosi di professione. I francesi sono rimasti chiusi in casa per troppo tempo. Troverà sempre un giornale che paghi le sue scappatelle.” (Jim, a Catherine e Jules) [Jules et Jim, 1962, F. Truffaut]

Il senso di questa categoria (ancora tutta da riempire) è discutere, raccontare e chiaccherare su metodi e contenuti da apprendere e, di più, modi per migliorare l’apprendimento. E restare curiosi sull’argomento. Ora, magari vi chiederete: ma chi mangotto sei per parlare di queste cose? Potrei rispondere che molto in teoria il mio campo è quello dell’insegnamento, e quindi dovrei essere piuttosto interessato all’argomento,  ma preferisco dire: rileggetevi la citazione da Truffaut.

Dizionario “filosofico” di un emerito D…   questa non è esattamente una nuova categoria: è un esperimento iniziato da un poco, ma a cui vorrei donare qualche sforzo in più. E che ho sottolineato nella struttura. L’intenzione è fare una “ricerca” sulle parole. E  non trovo una via migliore di iniziare a parlare di una cosa, se non dal nome della cosa. Da ciò, dovrebbe derivare un tentativo di creare un piccolo vocabolario di parole “comuni e importanti” il cui scopo, pur giocando un po’ con l’etimologia, sia più che altro guardare le parole da un altro punto di vista e, quando possibile, raccontare una storia su queste parole.

Felicità\Walkabout parolona, decisamente una parolona. Un tema su cui, ancora, è difficile parlare. Per certe cose ci vuole tempo… e lui fa il prezioso,  se la tira, sfugge. Però, tutto sommato, per certe cose il tempo bisogna trovarlo. “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremmo il tempo?  Senza enormi ambizioni, qui l’intento è … spendere tempo e parole, su niente meno che una ricerca della felicità. Del resto, è quel che facciamo tutti, no? Non che pretenda di trovare una soluzione, mi basta proporre riflessioni, spunti, e perché no, giochi, su questo tema (qui direi proprio nel senso musicale del termine). Nella categoria – per quanto ricordo il discorso della prospettiva più che dell’archivio – si trovano anche post che apparentemente non hanno proprio nulla a che fare con la felicità e, peggio ancora, talvolta sono pressoché incomprensibili. Questo per due motivi. Il primo è che sono convinto che la ricerca di un senso, non si possa trovare se non si esplora anche il suo contrario. Il secondo è che in questa categoria ho messo\metterò anche ciò che può attinervi anche più personalmente.  Se la ricerca o l’inciampare nella felicità o nell’infelicità sono temi da cui nessuno sfugge, penso anche anche frammenti di vita (forse accuratamente codificati) ne debbano far parte. Per finire su questa categoria, manca il secondo termine: walkabout. Riprendo qui la tradizione aborigena per identificare il percorso individuale ed esistenziale a cui ognuno è chiamato. Ancora, credo che la felicità sia soprattutto una ricerca, un inseguimento, un inciampare su frammenti. Ed è su questo e di questo che vorrei scrivere.

L’opinione di un D… ebbene, in qualche modo il mio oblò e le mie categorie “classiche” le dovevo riprendere. Spero però di averle gerarchizzate e sistemate un po’ meglio e, soprattutto, di trattarle in seguito in modo più personale. Le sottocategorie di questo tema sono:

Cazzate… aaah, finalmente. Film e libri (va beh, mi sembra chiaro). Musica. Notizie e politica (ecco, ecco!) e viaggi.

Qualche volta, tali sotto temi sembreranno ospitare cose che c’entrano solo in parte col titolo della categoria, ma spero che questo dipenda dal ragionamento sullo stile di cui sopra. Altresì, be’, avrò sbagliato a clikkare.

Lavoro e contralavoro 

la metodologia (che parolona!) di questa categoria è simile a quella relativa alle colleghe “felicità” e “dizionario”: è una ricerca. È un tema che mi interessa da un po’ di tempo a questa parte. E, cosa singolare, la curiosità relativa a questo argomento è saltata fuori per un intreccio di vie, di coincidenze. Per esempio, da appunti ripresi da vecchie letture, a più attuali consultazioni e, ancora, da conversazioni con un amico. Ora, detta così sembra un po’ idiota: chi non si occupa di lavoro? Ma, anche se fosse, come per parole come felicità, dolore e vita, non perché un argomento è sulla bocca e sul percorso di tutti non se ne deve parlare (non siate timidi!). Anzi. Preciso però che qui la mia idea non è tanto di offrire sbocchi o ragionare sul lavoro o sulle odierni condizioni… non ne sarei in grado e, come detto sopra, non credo di avere quella vocazione. Qui se ne parlerà in questo senso: che rapporto ha il lavoro con la vita? E con la felicità?

Racconti l’ordine alfabetico, implacabile, me la fa mettere come ultima categoria ma, come si può forse evincere dal titolo, non lo è in altri sensi. Fortunatamente per voi (e forse per me) qui c’è poco da dire: scribacchiare racconti è una mia passione, ed alcuni li passo qui sul blog. Questa sarà ovviamente la categoria che li ospiterà. Semplice e coinciso. V’è una sottocategoria: fiabe. L’ho aggiunta e per facilità di consultazione, e perché (purtroppo o per fortuna) è un genere che adoro.

Dizionario – Lavoro

“I have long been of the opinion that if work were such a splendid thing the rich would have kept more of it for themselves”

Henry David Thoreau

“Spendiamo soldi che non abbiamo ancora guadagnato, per comprare cose di cui non abbiamo bisogno, per fare colpo su persone che non ci piacciono.”

Will Rogers


Definizione del “lavoro”.

“Me matan si no trabajo, y si trabajo me matan”,
Daniel Viglietti, cantautore uruguaiano.

Lavoro.

Il termine deriva etimologicamente da “laborare“, che significa all’incirca “vacillare sotto un peso gravoso”. Aggiungiamo anche “labor”: fatica.
Stesso significato troviamo nel tedesco “arbeit”. Che indica oltre alla “fatica”, il “compito”, il “turno” e il “travaglio“.
Travaglio che ci porta direttamente allo spagnolo “trabajo”, che denota il “lavoro” come la “corvé”, “l’occupazione”, la “sgobbata” e il “travaglio” appunto. Questa espressione (assieme al portoghese “trabalho” e al catalano “treball” – il quale ha un suo senso anche nel dialetto comasco:P) a sua volta deriva dal latino “tripalium”: una tortura medievale e forse anche romana alla quale venivano sottoposti gli schiavi. Consisteva nel legarli a tre pali, probabilmente due a croce ed uno posto in verticale, e dare fuoco alla struttura.
Nel linguaggio moderno i tedeschi precisano poi l’ambito dal quale il lavoro deriva. Meglio, distinguono chi lo compie e chi lo offre: “Arbeitgeber”denota il datore di lavoro (non più “padrone”, per carità…) laddove “Arbeitnehmer” indica il “prenditore del lavoro”. Insomma, colui che non solo si prende il salario, ma anche il lavoro: che scroccone!
Evidentemente la lingua deve adattarsi alla nuova retorica dominante.

«In fondo, (…) si sente oggi che il lavoro come tale costituisce, la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare».
Friedrich Nietzsche, “Aurora” 1881.

Etimologie e dizionari a parte, è interessante notare come il termine “lavoro” si stia incredibilmente allargando, astraendosi da qualsiasi contesto concreto. Al mattino si dice “vado al lavoro”, non certo vado a rispondere alle telefonate di quelli che chiameranno al call center, o a tingere i nuovi filati di quella ditta di cui non ricordo il nome… Forse perché, in fondo, non è importante quel che faccio. E’ importante che sia occupato. Che scacci efficacemente l’ozio, la pigrizia, il tempo libero….
Tempo libero. Non è un’espressione stupenda? Non assomiglia tanto all’ora d’aria del carcerato? Libero da che? Non certo dal consumismo obbligato che rivela la seconda faccia del lavoro. La sua premessa e la sua conclusione. Del resto, se ci fate caso, il termine “lavoro” sta entrando anche in ambiti che con la sfera specifica del lavoro non hanno niente a che fare. Mi è capitato di sentire di gente che va da qualche analista per fare un “lavoro sui sogni”, o mi è capitato di “lavorare ad un racconto”, qualcuno va perfino in palestra sostenendo di “lavorare sul proprio benessere”.
Spesso anche quando si fa qualche attività d’interesse, ma non redditizia e non legata ad un salario concreto (dal fare un corso di teatro, al curare un blog, al gestire un sito personale o ludico… ) si parla di lavoro. Sembra che ci sia una sorta di tacita vergogna nel fare qualcosa che non cada sotto al “nobile” appellativo di “lavoro”. Prima o poi anche le passeggiate con gli amici diventeranno un lavoro nei confonti della propria salute: una sorta di antistress per ricaricare le pile per il lavoro “vero”. Ehy cara, oggi ti va? Perché ho proprio voglia di lavorarti per benino!

Dio mio…

Credo sia un movimento che vada ben oltre al fatto linguistico. Spesso rendiamo meccanici anche i vizi: basti pensare a a come il fumar sigarette spesso diventi un atto automatico per spezzare di tanto in tanto il lavoro, o un puro bisogno privo di piacere; o a quando per “risparmiare” il tempo, ci si abbuffa davanti alla TV. Del resto, si sa, il tempo è denaro. Per cui, semplice materia prima da scambiare con moneta sonante, il tempo non ha più l’ambizione di essere vissuto, ma quella assai più proficua di essere venduto.
Laddove il termine “lavoro” si sta del tutto astraendo da un’attività concreta ad esso connessa, per divenire una definizione universale ed onnicomprensiva, ormai spersonalizzata e resa insipida, il termine “uomo” ha quasi perso il suo fascino ed il suo valore.
Questa terra è così piena di ragioniere\i, operaie\i, insegnanti, poliziotti da rendere difficile trovare un uomo o una donna. Ci interessa solo il cosa e non il chi della persona. Quando si conosce qualcuno, appena dopo essersi dimenticati il suo nome, le si chiede : “Cosa fai nella vita?”. Forse abbiamo bisogno di collocare la nuova conoscenza in un determinato settore: abbiamo timore dell’impossibilità della sua definizione. O forse, abituati dai benpensanti, già disprezziamo chi non ha un’occupazione e, allo stesso modo, ci vergognamo di rivelare di non averne.
Avete in mente quella trasmissione serale di Fabrizio Frizzi? I soliti ignoti, sì. Come funziona? La concorrente di turno deve indovinare il mestiere, il lavoro di vari Miss e Mr X in base a come sono vestiti, dall’aspetto, e a volte da alcuni indizi piuttosto creativi. Questi ignoti diventano “noti” una volta che si riesce ad indovinare (spesso dai segni o dalle convenzioni che il lavoro lascia su di loro) che mestiere fanno. È un programma molto realistico, e molto noioso.

“Quanti figli hai avuto?”
“Undici”.
“E sono tutti vivi?”
“Tre sì, gli altri lavorano”.
Caja negra, un film di Luis Ortega, del 2002.

——-

Questo lavoro che consiste nel ripetere ogni 80 secondi lo stesso gesto, come riescono a farlo tutti gli altri? Takeda, a cui chiedo a cosa pensa mentre lavora, dopo un attimo di sorpresa risponde «Penso all’ora». Sono anche io così. È già passata un’ora, ancora due ore. Ancora quattro? Tre e mezzo? O sono solo tre? Ci sarà lo straordinario oggi? E una volta rientrato a casa, farò il bucato? Non ho la forza di pensare a cose più complicate di queste. O allora mi saltano alla mente cose senza rapporto logico: un paesaggio, un ponte, il caffè all’angolo della stazione, l’imbarcadero… Sfilano una dopo l’altra davanti ai miei occhi, impossibile pensare in modo continuato ad una cosa sola, impossibile, con un ciclo di 80 secondi. Se ne possono solo evocare passivamente piccoli pezzetti“. 

Kamata Satoshi, Toyota, L’usine du désespoir, Editions ouvrières, 1976. In Chassagne, A, Montracher, G, La fin du travail, Stock, 1978.

Mi ricordo di un amico, si chiamava Franco. Lavorava in un’industria meccanica. Era in una catena di montaggio addetta alla costruzione di alcuni… piccoli ingranaggi meccanici, che servivano per collegare i mitra agli aerei. A dire il vero, Franco aveva saputo solo in pensione che quei pezzi meccanici tanto anonimi servivano per esigenza belliche. Probabilmente, se lo avesse saputo, si sarebbe licenziato prima…. se non altro, prima di andare in pensione.

Non m’importa se fosse una frase fatta o meno. Una bella bugia o una bella verità. Quello che qui mi importa, è dirvi perché non è andato in pensione. Non solo per una cosa che non sapeva, ma anche per una cosa che faceva. Il lavoro di Franco consisteva in sostanza nell’infilare un lungo cilindro di metallo in un foro, spingerlo dentro facendo girare una manovella alla sua destra, bloccarlo con una manovella alla sua sinistra, e tagliare spingendo un pedale in basso. Nella pratica doveva usare entrambi gli arti e il piede sinistro come facesse egli stesso parte della macchina sulla quale lavorava.

A volte mi ha fatto venire in mente quel famoso manifesto di protesta in forma di fumetto, che girava nella Francia degli anni 70: dove era rappresentato un operaio alle prese con un macchinario del genere. Si vede questo omuncolo in divisa blu che muove la mano destra su un arnese, la sinistra sull’altro, e la gamba va su e giù su di un pedale. Mentre è tutto sudato e smanetta come un matto con quasi tutto il corpo, il proprietario, gilè sul petto, bombetta in testa e braccia conserte lo guarda fisso, sospira pigramente, e gli chiede: ma non è che potresti fare qualcosa anche con l’altro piede? L’operaio annuisce e gli tira un calcio nel culo.

No, Franco non ha mai preso a calci in culo il suo padrone. Era un tipo pacato. Ma la sua piccola rivoluzione l’ha fatta anche lui: per circa un quarto d’ora, ma quando si sentiva più eversivo anche per venti minuti al giorno, lui non lavorava. Ma non è che incrociasse le braccia e smettesse, no. Era sempre lì con una mano su una leva, l’altra sulla seconda oppure sul tubo, e il piede sul pedale. Ma non faceva i pezzi che doveva fare e che dovevano servire all’industria bellica, seppure non lo sapeva. Che se lo avesse saputo, l’avrebbe lasciato il lavoro. No, lui smanettava sul suo arnese, tutto sudato e seguendo un ritmo… solo che non era più il ritmo della catena di montaggio. Solo che i pezzi che costruiva non erano quelli che avrebbe dovuto costruire. Erano… dei pezzi completamente inutili. Piccole opere artistiche o artigianali che, su quella specie di tornio dove lavorava, lui creava sottraendo quel tempo a quello del lavoro. Erano cavalucci deformi, portamatite, ciondoli, semplici cerchi… non erano certo capolavori, Franco non era un’artista. Non ne aveva il tempo e non era pagato per quello. Ma ogni pezzo era comunque un divertimento, ed era meravigliosamente diverso dall’altro. E, soprattutto, era immensamente diverso dai pezzi bellici. E proprio per quello ogni pezzo era, alla sua maniera, un capolavoro. Ed erano dei pezzi completamente inutili. Non servivano per la guerra. Non servivano al lavoro. Non servivano proprio a nulla.

Eppure, è proprio per quei pezzi che Franco non ha lasciato il lavoro prima della pensione: perché gli donavano una sorta di libertà, di creatività che nella catena di montaggio aveva completamente perso. Nell’inutilità del sudore, lui trovava la libertà della creazione.

La pensava così, il signor Franco. O il numero 322078. Sì perché dove lavorava lui, tutti i manovali avevano un numero di identificazione. Un ID. Il primo numero indicava il paese, perché la ditta di Franco, o del numero 322078 era una multinazionale. Il secondo e il terzo indicavano la ditta all’interno di quel paese, e gli ultimi tre il numero dell’operaio in quella ditta. Lui era il settantottesimo operaio della ventiduesima ditta del terzo paese in cui la compagnia aveva i propri affari. L’Italia. E tutti i pezzi che faceva, erano nominati nella stessa maniera: avevano come premessa il numero di Franco, il 322078, poi la data di costruzione ed il numero del pezzo all’interno del giorno.

Così i capi reparto potevano controllare se lavorava bene. Se faceva abbastanza pezzi. Perché ai tempi Franco lavorava a cottimo. Così faceva una discreta fatica per ritagliarsi quel tempo per la sua attività creativa ed eversiva. E a creare dei numeri che non venivano segnati da nessuna parte. Non sfuggivano solo dalla catena di montaggio, dall’utilità bellica, ma perfino dalla burocrazia matematica che controllava ogni singola azione della ditta dove Franco lavorava, e si ritagliava del tempo per evadere inconsciamente da quella pratica di controllo e, fosse anche per un quarto d’ora o venti minuti al giorno, sentirsi libero. E ci rimetteva anche dei soldi. Ma a lui piaceva così.

Fonti:

A. Tognola, Lavoro? No grazie! La Baronata, 2010

http://www.krisis.org/1999/manifesto-contro-il-lavoro

http://en.wikipedia.org/wiki/Tripalium

Dizionario “filosofico” di un emerito deficiente

Per una volta, voglio provare a usare questo blog come se fosse… un blog. O qualcosa che ci rassomigli. Ossia, per una volta, voglio provare a parlare in maniera quasi esplicita di un quasi progetto più duraturo di un racconto. Qualcosa che sia diverso nel suo ritornare indentico a se stesso. O, per dirla come si mangia, qualcosa che sia a puntate: non una storia però. Un dizionario. Un dizionario di un deficiente. Meglio, un dizionario “filosofico” di un emerito deficiente. Con questa premessa posso azzardarmi ad usare l’aggettivo “filosofico”, senza passare per esaltato. I deficienti consapevoli di esserlo, infatti, non si esaltano. A meno che non si esaltino della loro deficienza… ma facciamo di no.

Sarà un dizionario che tenterà di definire alcune parole “interessanti”, cercando di esaminarle da un punto di vista leggermente diverso da quello consuetudinario. Spesso anche tramite un racconto o una breve riflessione. Probabilmente saranno parole note e comuni, del resto, se andassi a cercare parole rare o tecniche, non cercherei parole interessanti e, soprattutto, in quel caso fareste prima a cercare il termine desiderato in un dizionario che non sia scritto da un deficiente.
D’altra parte, sono abbastanza convinto che sia più intrigante esaminare i riverberi e le risonanze pratiche (e non) delle parole più usate o più focali rispetto a parole come “ciclosporina”, “ontologia”, “tomaia” o “spread” (ops!) … se non altro perché hanno un campo di utilizzo minore nella quotidianità (e ci sarà un motivo).

Ma tanto per non indulgere nella manifestazione della deficienza, molto spesso, facciamo quasi sempre, oltre ad una riflessione personale o ad una storiella che giri intorno al mood della parola scelta, inserirò la traduzione in qualche altra lingua del termine, e la sua etimologia. Sì, di modo che l’assurdità della storia o della riflessione sia potenziata dalla convenzionalità della definizione. O forse proprio per sottolinearne i rimandi o la fuga. Per far ciò, mi avvarrò prevalentemente di dizionari on line:

- http://www.etimo.it/
- http://it.dicios.com
- http://www.wordreference.com/It/
- http://www.dizi.it/

Eventuali altre fonti verranno segnalate di volta in volta nelle varie voci se utilizzate.

In difesa del “romanticismo”

Sì, perchè  troppo è scambiato per una sorta di immondizia da sconfessare.
Una fede della quale vergognarsi. Essere romantici è, sempre più spesso, qualcosa di cui liberarsi il più in fretta possibile.
Il cinismo è di moda. Il Don Giovanni è stato sostituito dalla Morte che, si sa, “prende tutte”. E non necessariamente, è evidente, devono respirare.
Oppure, il romanticismo lo si scambia per puro mielismo. Per un sentimentalismo senza sentimenti che gode di se stesso nell’amplificare il nulla.
No, non è neanche il “romanticismo” dell’idealismo tedesco. Sono altri tempi. Non è solo la rigida libertà del dolce stil novo, così vario in un tema così fisso: Amore e sfiga.
E’, tra le altre cose, anche questo:

Da “quattro amici” di David Trueba.

 
Certe volte, penso che il cervello sia invidioso del cuore.E lo
strapazza, lo prende in giro, gli nega quello che lui desidera,lo tratta
come se fosse il piede, o il fegato.E in questo confronto, in questa
battaglia, chi perde è il proprietario di entrambi.

Le tue labbra vermiglie stampate sopra un tovagliolo. Il segno del
tuo corpo quando ti alzi dal letto.L’impronta dei tuoi piedi sulla
sabbia. Le onde che sollevi quando entri in acqua. La forma che conserva
il vestito che togli. L’eco della tua voce. Il tuo profumo nel fiore che
hai appena annusato. L’immagine che rimane ancora un secondo, quando ti
allontani dallo specchio.Il mio immenso museo di ricordi tuoi, che
sovente visito, con la fantasia.

“Che cosa ti piacerebbe fare davvero nella vita?” mi chiesero ad un colloquiodi lavoro.

“Mi piacerebbe vivere in una stanza sul pianterreno che dà sulla
strada. E dalla finestra mi accotenterei di guardare la gente che
passa, osservando il frammento di vita che scorre davanti ai miei
occhi, per poi guardarlo scomparire” risposi.

Dalla loro faccia, capii che non ero l’impiegato che stavano cercando.

Di solito si fà lo sbaglio di invidiare i gatti,per il semplice
fatto che possiedano sette vite. E’ risaputo, che un gatto felice, è sette
volte felice. Non vien però considerato, che un gatto infelice, è altresì
sette volte infelice.

 

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