
Rebloggo ( o relinko) qui un post interessante. Anche per come a volte si “uniscono i puntini”. Qualche giorno fa si parlava un po’ sopra le righe, con amici un po’ sopra le righe, di come, nella situazione difficile, di “crisi” e precaria che viviamo in questo periodo, pensare di fare una “rivoluzione” in termini ottocenteschi sia dura (o perlomeno questa è la mia idea attuale). Ed a volte è difficile anche semplicemente sfangarla, per così dire. Detta rapidamente, io credo che la vera “rivoluzione” non possa che essere individuale, e non possa non toccare vari fronti: dalla spiritualità (in senso quanto mai largo) alla quotidianità più pratica, al semplice metodo con cui si devono soddisfare i bisogni primari.
Individualità non equivale ad egoismo, ma a personalismo e, conseguentemente, ad intrecci di possibilità. Un esempio banale ed internettiano: io ho un blog, ed una visione delle cose che bene o male si intuisce emanare da esso, ma magari mi è capitato di condividere idee o pensieri che sono stati usati o adottati altrove. O viceversa. Ognuno tenta di svilupparsi individualmente, ed esprimere a suo modo la propria creatività, la propria visione del mondo e, in questa possibilità, sarebbe carino se tentasse anche di condividerla, di non celare i suoi segreti, la sua…. preziosità.
In fondo se siamo davvero dei capolavori, in quanto esseri umani, sarebbe poco degno smettere di crescere come tali (e quindi impolverarci sotto l’inerzia o tra gli ingranaggi di una routine meccanica e monotona, priva di valore e personalità), e allo stesso modo, nascondere al mondo la nostra progressione, la nostra strada. Condividere la propria singolare via è il mezzo per crescere insieme.
Seghe a parte, se seghe mentali sono, torno alla praticità della cosa, ed a come il post che segue mostra un po’ cosa può essere identificato ed inteso con “rivoluzione individuale”.
Perdiamo il nostro tempo a lamentarci dello Stato, della crisi generale, della situazione globale, ma sono cose sulle quali (purtroppo) abbiamo poco potere. Forse però abbiamo il potere per trovare vie alternative, che passano dalla condivisione dei saperi, all’intreccio di percorsi, agli… orti pubblici.
Perché sì, di questo parla il post che qui riporto. Della cittadina di Todmorden, e del suo esperimento che, a mio dire, va oltre alla agricoltura, e passa alla politica, ed all’autosussistenza, e, in un certo senso, alla capacità di costruire uno spazio in cui l’individualità s’intreccia nel collettivo, ed una carota o un broccolo ed una patata sono esempi di come ci si possa sottrarre (almeno parzialmente) ad altre schiavitù per ritrovarsi altrove, in un altrove che va sottraendosi ai meccanismi della crisi (e forse del potere) con l’indipendenza.
Il bello di questo esperimento è che sembra facile, ripetibile (altresì che esperimento sarebbe?) e mostra un lato interessante dell’essere umano, quando lo si tratta con gentilezza: nessuno par voler prendere più di quanto gli serve dagli orti pubblici, sottraendolo ad altri per non volersi “mettere in fila”. E forse questa è un’armonia che, a dispetto del caro Smith, avviene proprio fuori dalle leggi del mercato. Quando qualcosa ti è donato, offerto, lo apprezzi, e se lo apprezzi, ne fai un uso … gentile. Rispettoso, parsimonioso. E’ un esperimento che, volendo essere un po’ esagerati, ma non troppo, mostra il lato buono degli esseri umani.


















